Talking heads – I Problemi dello Scrittore #9

Vi ricordate il film C’è posta per te, quello con Meg Rayan e Tom Hanks? C’è una scena che, oltre a essere un ottimo esempio di dialogo, ho sempre sentito vicina:

Joe Fox: [scrivendo a “Commessa”] Non ti hai mai l’impressione di essere diventata una versione peggiorata di te stessa? Come se il vaso di Pandora di tutte le parti segrete, detestabili – la tua arroganza, la tua cattiveria, la tua sufficienza – si fosse aperto? Qualcuno di sconvolge e tu, invece di sorridere e andare avanti, li distruggi. “Salve, Mr. Cattiveria”. Sono sicuro che non hai idea di cosa parlo.

Kathleen Kelly: [scrivendo a “NY152”] No, so cosa vuoi dire e sono totalmente invidiosa! Quello che mi succede quando sono provocata è che ammutolisco e nella mia mente si fa il vuoto. Poi passo tutta la notte a girarmi e rigirarmi cercando di capire che cosa avrei dovuto dire. Che cosa avrei dovuto dire, per esempio, all’essere infimo che di recente mi ha rovinato l’esistenza?

[si ferma e pensa]

Kathleen Kelly: [scrivendo] Niente. Ancora adesso, a giorni di distanza, non trovo le parole.

Fonte: www.imdb.com

Ho spesso problemi a dire quello che voglio dire, quando lo voglio dire, a chi lo voglio dire e con la giusta dose di sarcasmo. Faccio una gran fatica a parlare con gli estranei e capita di frequente che dia una impressione sbagliata di me stessa.

Sono molto più brava a scrivere quello che voglio dire, senza la pressione di un faccia a faccia, e probabilmente è per questo che adoro sia scrivere che leggere dialoghi.

E’ quasi una compulsione, non posso farci niente, riesco a riempire facilmente pagine e pagine di botta e risposta senza uno straccio di azione. Infatti non è casuale che la mia autrice preferita sia Jane Austen, una incredibile scrittrice nota per la sua capacità nel mostrare le caratteristiche dei suoi personaggi attraverso le loro parole.

Ma qual’è il rischio a scrivere i dialoghi?

In base alla mia esperienza, ci sono due estremi da evitare:

  • brani pesanti pieni di “lui disse”, “lei rispose”, “lui ribattè”, tutte espressioni che rallentano il ritmo.
  • dialoghi formati solo da una lista di battute, senza una chiara caratterizzazione dichi parla.

Quando leggo un romanzo e mi imbatto nel primo tipo di dialogo, mi sento come se l’autore mi trattasse come una creatura inferiore non in grado di capire che cosa intende. Nel secondo caso, la confusione prende il sopravvento e devo rileggere lo stesso dialogo diverse volte per essere certa di aver capito chi dice cosa.

Uno scrittore deve trovare un compromesso tra chiarezza e pedanteria.

Quando scrivo dialoghi, cerco di evitare il più possibile i “lui disse” e “lei disse” e, quando sono assolutammente necessari, aggiungo sempre informazioni sul tono del personaggio o la sua espressione.

C’è un altro rischio però: finire con pagine e pagine delle così dette talking heads (teste parlanti).

Non mi riferisco al gruppo degli anni ‘70/’80 (bella musica, tra l’altro), mi riferisco a quelle scene in cui ci sono battute, visi, forse emozioni ma nessun movimento, nessuna ambientazione e nessuna azione. Se non siete Jane Austen, c’è bisogno di un minimo di ambientazione, un po’ di descrizione e qualche gesto che aiuti il lettore a vedere la scena oltre a sentire le voci.

Le mie prime stesure sono piene di talking heads e la fase di editing è cruciale per dar loro un corpo e un palco su cui recitare.

Volete un esempio?

Questa è la versione iniziale:

Appena entrati nella nostra suite al Royal Lodge, mi tolgo le scarpe e le lancio in un angolo.

<< Sono sicura che, chiunque sia stato, l’inventore dei tacchi fosse un uomo.

<< Fanno davvero così male – domanda lui con non-chalance – Non sembravi così in difficoltà alla festa.

<< Fanno male… dopo un po’. Ma ho imparato a sopportare parecchio tempo fa. Si chiama “fare buon viso a cattivo gioco” – rispondo – Hai qualche informazione interessante? – domando poi, massaggiando i miei poveri piedi.

<< Sì. Hai un ammiratore.

Ora che i miei piedi sembrano di nuovo funzionare correttamente, raggiungo una poltrona << Carino. Un altro uomo da aggiungere alla lista “da evitare”. Nome, cognome e identikit per favore.

<< Chi ha detto che sto parlando di un uomo, Arcobaleno – risponde.

<< Puoi smetterla?

<< Di fare cosa? Insinuare che tu abbia un sex appeal lesbo?

<< No, di chiamarmi Arcobaleno… o qualsiasi altra storpiatura del mio nome.

… e adesso la versione corretta:

Appena entrati nella nostra suite al Royal Lodge, mi tolgo le scarpe e le lancio in un angolo.

<< Sono sicura che, chiunque sia stato, l’inventore dei tacchi fosse un uomo – mi siedo sul pavimento e muovo con cautela le dita dei piedi per recuperare la sensibilità.

<< Fanno davvero così male – domanda lui con non-chalance, allentando la cravatta – Non sembravi così in difficoltà alla festa.

<< Fanno male… dopo un po’. Ma ho imparato a sopportare parecchio tempo fa. Si chiama “fare buon viso a cattivo gioco” – rispondo dal mio posto sul pavimento di legno – Hai qualche informazione interessante? – domando poi, massaggiando i miei poveri piedi.

<< Sì – Hike allunga le sue lunghe gambe sul divano – Hai un ammiratore.

Ora che i miei piedi sembrano di nuovo funzionare correttamente, posso alzarmi e raggiungere una poltrona << Carino. Un altro uomo da aggiungere alla lista “da evitare”. Nome, cognome e identikit per favore.

<< Chi ha detto che sto parlando di un uomo, Arcobaleno? – risponde con un sorriso malizioso

<< Puoi smetterla? – sono troppo stanca per sopportare questo tipo di sarcasmo.

<< Di fare cosa? Insinuare che tu abbia un sex appeal lesbo?

<< No, di chiamarmi Arcobaleno… o qualsiasi altra storpiatura del mio nome.

Non che la differenza sia impressionante ma rileggendo me ne accorgo. E voi?

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4 thoughts on “Talking heads – I Problemi dello Scrittore #9

  1. La seconda è molto più cinematografica… d’altra parte non è un dialogo in cui si discute di sentimenti o di cose “astratte”: è solo una scena di collegamento, probabilmente un anticipo dell’incontro con la sconosciuta, e riempirla con le immagini e le azioni di contorno non è male, per quanto non aggiungano nulla alla storia.
    A me, però, non dispiace neppure la prima, ad essere sincero: mi piacciono i pezzi quasi-teatrali, che solo con la punteggiatura ti danno il ritmo senza avere bisogno di una scenografia al contorno…

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    1. Ultimamente mi è capitato di leggere un thriller pieno di personaggi e con dialoghi talmente privi di indicazioni che dovevo leggerli ognuno due volte per essere sicura di aver capito bene… Tendenzialmente cerco di evitare questo genere di confusione 😛 Ma ogni tanto un po’ di botta e risposta incalzante senza tanto contorno ci sta.

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  2. Sulla prima parte del post, vero, anche io spesso faccio fatica a rapportarmi con le persone, soprattutto se ho poca confidenza e mi trovo poi qualche ora dopo a pensare “avrei potuto dirgli così, rispondere cosà”. Per i dialoghi in letteratura un breve contorno è necessario, capita anche a me di leggere e rileggere un dialogo cercando di capire chi sta dicendo cosa, ma nell’esempio che hai riportato io gradirei di più la prima versione, la seconda distoglie troppo l’attenzione dal dialogo, non amo i racconti troppo dispersivi. Naturalmente è un opinione personale 😉

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    1. Innanzi tutto, grazie per il commento 🙂
      Certo per i dialoghi, come per tutto il resto, è molto questione di gusti, Un dialogo forte e ben scritto non ha bisogno di tanto contorno, una conversazione un po’ più debole forse beneficia di qualche “distrazione”. In genere cerco di trovare una via di mezzo 🙂

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