Ammettilo, non mi hai creduto quando ho promesso che sarei tornata a raccontare di storie di viaggi. Ma mi piace sorprendere la gente, così eccomi qui con la storia della nostra giornata in Washington DC.

Per Washington avevamo i tempi un po’ stretti. Il nostro programma era di prendere un pullman a New York, arrivare a Washington nel primo pomeriggio, lasciare le valige all’albergo e iniziare a girare la città. Avevamo un giorno e mezzo, quindi non molto visto tutto quello che c’è da vedere.

Ma come succede con i programmi, il nostro è andato storto. Un viaggio che avrebbe dovuto richiedere al più tardi quattro ore, ne ha richieste quasi otto a causa dell’inesperienza dell’autista. Non ho mai visto nessuno guidare così dannatamente piano in tutta la mia vita, nemmeno i vecchi contadini sui vecchi trattori sulle stradine di campagna. Ma non era tutto. Il pullman faceva una fermata a Baltimora, niente di eccezionale. Così l’autista è uscita dall’autostrada, si è fermata in un grande parcheggio e poi, invece di tornare sull’autostrada, ha sbagliato completamente direzione e ci siamo trovati nel mezzo del traffico cittadino attorno a uno stadio dove c’era non so più quale partita.

A un certo punto Andrea, mio marito, ha preso in considerazione l’idea di andare dall’autista a offrirle il suo aiuto con le indicazioni. Un terzo del tempo che avremmo dovuto trascorrere a Washington è volato dalla finestra a causa di quell’autista incompetente. Puoi immaginare i miei pensieri a riguardo. Stavo già scrivendo un’e-mail inviperita alla compagnia dei pullman nella mia testa.

Poi la scrittrice in me ha avuto la meglio sulla turista infuriata e ha iniziato a costruire uno scenario. Che cosa sapevo dell’autista, a parte che era la più lenta nella storia dei viaggi? Niente. Quindi come potevo giudicarla? Magari era il suo primo giorno come autista e non era sicura della strada. Magari era la sua ultima occasione di provare al suo capo che avrebbe fatto bene dopo una serie di viaggi disastrosi ed era nervosa (e in quel caso non stava facendo un gran lavoro). Magari era madre di sei figli e aveva dovuto accettare il solo lavoro che era riuscita a trovare anche se odiava guidare. Magari era il suo primo giorno di lavoro al rientro dopo un terribile incidente e soffriva ancora per il trauma ma non poteva stare a casa dal lavoro perché aveva bisogno dello stipendio.

Fantasticare sulle migliaia di possibili vite dell’autista mi ha aiutato a passare il tempo. Finalmente siamo arrivati a Washington DC, con appena tre ore e mezza di ritardo, più o meno un’ora più tardi del pullman partito due ore dopo da New York. Mentre scendevamo, ho dato un’altra occhiata all’autista. Era una ragazza giovane, con diversi centimetri di unghie dipinte, e un minuto circa dopo aver spento il motore stava chiacchierando allegramente al cellulare.

Decisamente non era la madre di sei bambini, né aveva l’aria di qualcuno che si sta riprendendo da un trauma, e qualcosa riguardo alla sua inconsapevolezza riguardo all’aver causato tanti disagi a un pullman a due piani pieno di gente mi ha fatto innervosire. Ma ehi, chi sono io per giudicare?

Quando finalmente siamo arrivati all’albergo—bellissimo, il migliore in cui siamo stati in tutto il viaggio—avevamo giusto il tempo di fare una doccia e uscire per cercare un posto in cui cenare. Comunque, decisi a sfruttare al massimo il nostro tempo, non abbiamo resistito all’occasione di andare alla Casa Bianca, un luogo che ho imparato a conoscere grazie al telefilm The West Wing. Lo conosci? È ancora uno dei miei preferiti. È stato strano essere così vicino alla Casa Bianca, un posto così conosciuto eppure così inaccessibile anche a poche centinaia di metri di distanza.

IMG_4469

Il giorno seguente abbiamo comprato due biglietti per uno di quegli autobus hop-on hop-off e abbiamo iniziato il giro della città. In effetti è stata più una corsa per la città ed è stata la giornata più calda di tutto il viaggio, ma mi è piaciuta immensamente e mi piacerebbe, un giorno, tornarci con calma. Abbiamo visitato tutti i monumenti più importanti, ma non voglio annoiarti con l’elenco.

Vorrei parlarti soltanto di uno, il Memoriale della Guerra di Corea. È composto da un triangolo che interseca un cerchio. La parte che mi ha toccata di più sono state le statue nel triangolo. Una serie di statue di metallo rappresenta un plotone di soldati di pattuglia. Ovunque tu ti metta attorno al triangolo, c’è sempre uno dei soldati che guarda nella tua direzione. Simboleggia la lealtà tra i soldati, che si guardano sempre le spalle l’un l’altro. L’ho trovato commovente e ingegnoso.

La seconda e ultima sera a Washington DC abbiamo cenato in un bel ristorante vicino all’hotel. Ci siamo seduti, abbiamo letto il menù, ordinato e bevuto qualcosa. Prima di iniziare la cena volevo andare a lavarmi le mani. Così ho posato il tovagliolo sul tavolo, mi sono alzata e sono andata al bagno. Quando sono tornata ho visto il mio tovagliolo di nuovo perfettamente piegato accanto al piatto. Ero sicura di averlo lasciato ammucchiato da una parte, così quando mi sono seduta ho guardato Andrea che, con un’aria divertita, mi ha raccontato che un cameriere era venuto al tavolo appena mi ero alzata e aveva ripiegato il tovagliolo. Non chiedetemi perché ricordi ancora questo episodio, ma è qualcosa che mi è rimasto di Washington.

Così eccomi qui, alla fine della terza parte. Rimane solo una città. Prossimo episodio: Chicago.

IMG_1482
Ciao ciao Washington!

Se vuoi essere aggiornato sui miei prossimi post, ricevere gratis il primo capitolo di Segreti di una Borsa e alcuni racconti, clicca qui!

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s