Un Padre per Natale di Rachelle Ayala

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“Una storia di speranza e seconde occasioni che scalda il cuore.”
– Ruth Davis

“Una storia d’amore da togliere il fiato.”– Amber McCallister

Kelly Kennedy, madre single, non può permettersi regali sfarzosi per Bree, la sua bambina di quattro anni. Tyler Manning, veterano senza tetto, non crede di meritare un Natale felice.

Quando Bree chiede a Babbo Natale di ricevere in dono un padre e sceglie Tyler, lui e Kelly giurano di non ferire Bree, mentre combattono i sentimenti che provano l’uno per l’altra.

Tyler lotta con allucinazioni terribili che spaventano Kelly. Intanto il passato criminale di Kelly minaccia la sua opportunità di essere felice. Tyler e Kelly dovranno credere nel potere dell’amore per riuscire a regalare a Bree il miglior Natale di sempre.

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Curiosi di saperne di più? Ecco un estratto dal libro!

Capitolo 1

~ Kelly ~

“Voglio un papà per Natale” dice mia figlia Bree, quattro anni, a Babbo Natale. Saltella sulle sue ginocchia e tira la sua barba. “Un papà vero che giochi con me e mi porti allo zoo.”

“Intendi un cucciolo” mi intrometto, il viso arrossato per l’imbarazzo. Fin da quando Bree ha iniziato l’asilo, ha capito di sentire la mancanza di un padre e ha cominciato a seccarmi perché ne trovi uno. Ha anche suggerito di mettere dei manifesti sui pali del telefono come si fa per gli animali scomparsi.

“No, sciocca mamma.” Bree incrocia le braccia e scuote i riccioli biondi. “Voglio un papà con due gambe e due mani.”

Il Babbo Natale fornito dal centro commerciale ride sotto i baffi. “E allora avrai un papà.”

Le donne dietro di me emettono risatine e risolini.

“Anche a me servirebbe uno di quelli” dice una giovane madre con in braccio un bambino. “Vediamo, un metro e novanta, sexy da morire e muscoloso come un vigile del fuoco.”

“Oh, sì” replica un’altra mamma con due bambini piccoli attorcigliati a lei. “C’è un catalogo? Potrei passare ore a sbavare invece che a pulire bava.”

Più o meno come le ore che ho trascorso a spulciare i profili di donatori anonimi di sperma quando ancora ero una donna di successo nel ramo degli investimenti bancari preoccupata per l’invecchiare dei suoi ovuli e per la probabilità di essere colpita da un fulmine prima di essere riuscita a vincere alla lotteria dei mariti.

Bree abbraccia Babbo Natale. “Sarà sotto l’albero? Puuo-messo?”

“Ci puoi scommettere.” Babbo Natale le dà il cinque.

“Foto?” Armeggio con la fotocamera, una vecchia Canon punta-e-scatta presa in prestito da mia madre, ma la luce della batteria lampeggia e la fotocamera si spegne. Nel frattempo, l’elfo che presidia la macchina fotografica professionale scatta alcune foto della mia dolce bambina che bacia Babbo Natale. Ugh, mi chiedo quanti germi infestino quella barba di poliestere.

Babbo Natale mi porge Bree e mi fa l’occhiolino. “Devo mettere uno smartphone sotto l’albero per te?”

Mi serve molto più di uno smartphone: prova con l’affitto, le bollette, i pagamenti per la macchina. Non solo ero negli investimenti bancari, ma sono stata stupida abbastanza da credere alle mie stesse ricerche e ho finito per perdere tutto per una dritta sbagliata.

“No, anche lei vuole un papà.” Bree tira la manica del mio cappotto. “La sento pregare per averne uno ogni notte.”

Grazie al cielo Babbo Natale non risponde. Sta già accogliendo il bambino della donna dietro di me. E in effetti, no, non prego per un uomo, ma Bree sente quello che vuole sentire e nella sua piccola mente tutti i nostri problemi saranno risolti quando la figura bella e principesca del padre emergerà per portarla via in una slitta di zucchero filato trainata da una squadra di renne arcobaleno.

Per quanto mi riguarda, mi accontenterei del genere responsabile, solvibile e con un bel corpo, anche se nella mia professione, ehm, precedente professione, non ho mai avuto bisogno di un uomo, specialmente il tipo del banchiere che teneva metà degli strip club di Manhattan in agenda. No grazie.

L’elfo addetto alle foto mi rivolge un sorrisetto e mi porge un biglietto. “Sono venti dollari per la dodici-per-diciotto e trentacinque per il pacchetto.”

“Voglio fare un giro in treno.” Bree si divincola dalle mie braccia e punta verso la miniatura dell’Holiday Express che fa il giro dentro un paesaggio invernale incantato  chiuso nel centro commerciale. “Quando ci sarà il mio papà, mi porterà sul treno e potremo farti ciao ciao.”

Tenendo stretto il biglietto per la foto di Bree con Babbo Natale, oltrepasso lo stand delle fotografie sistemato convenientemente accanto alla fila per il treno Holiday Express. Il mio magro stipendio deve bastare per tutta la stagione delle feste, la prima dalla mia condanna per insider trading. Incapace di trovare un lavoro da qualche parte nell’industria dei servizi finanziari, ho accettato turni dopo l’orario d’ufficio per pulire proprio l’edificio dove non mi è permesso entrare come banchiere.

Ma posso permettermi un giro da cinque dollari sull’Holiday Express. Bree mi guarda con aspettativa e punta al monitor dietro al registratore di cassa. “Mamma, c’è la mia foto con Babbo Natale.”

“Eccoti lì, non sei carina?” dico, temendo la sua successiva richiesta di comprarla.

Il cassiere fa lampeggiare un sorriso a trentadue denti. “Possiamo farla stampare mentre aspettate l’Holiday Express.”

“Possiamo?” Bree saltella sulle punte dei piedi. “Mi ha puuo-messo un papà per Natale.”

“Magari dopo il giro in treno, tesoro.” Decidendo per il diversivo invece che rischiare di sciogliermi, porgo al cassiere i dieci dollari per i nostri due biglietti.

Fortunatamente lo schermo dietro di lei passa alla fotografia di un bambino piccolo che piange sulle ginocchia di Babbo Natale e l’attenzione di Bree si sposta al venditore di bastoncini di zucchero.

“Mamma, i bastoncini di zucchero sono i miei pre-fee-riti.”

“Ne abbiamo a casa.”

“Ma quelli sono piccini picciò. Ne voglio uno rosso e verde grande.”

“Non possiamo perdere il posto in fila. Oh, guarda, vedi le principesse delle fate?” La indirizzo verso tre teenager che indossano abiti da principessa.

“Sono così belle.” Bree è incantata e io respiro di sollievo. Il mio telefono trilla per avvertirmi di un messaggio. Lo apro con uno scatto. È mia madre che mi ricorda di arrivare in orario alla serata in chiesa di mercoledì. Canteremo insieme una canzone speciale e vuole provare prima della funzione.

La fila si sposta in avanti mentre le rispondo. Mamma è nervosa perché non è sicura che il piano della chiesa risponda come il suo. Potrei andare in chiesa una mezz’ora prima per una prova del vestito? Non sono sicura del perché sia così nervosa. Forse ha qualcosa a che vedere con quel bel vedovo che recentemente si è unito alla congregazione. Le dico che devo ancora finire lo shopping e devo preparare la cena per Bree, ma mia madre dice che non è un problema. Porterà i maccheroni al formaggio e il succo di frutta in chiesa e Bree potrà cenare nella sala multifunzionale. Accetto e mamma replica con la solita frase dicendomi di dare un bacio a Bree da parte sua.

Scrivo il mio arrivederci e metto via il telefono. “Bree, nonna ti manda un bacio.”

Non è più vicina a me. Un pugnale di panico bruciante mi si conficca nel petto. “Bree? Oh no, dov’è Bree?”

Era qui un minuto fa. La fila non è avanzata molto. Certamente è corsa in avanti per ammirare il treno e le principesse. Salto fuori dalla fila, guardando verso le principesse.

“Bree!” La mia voce si alza fino ad uno strillo intenso. Le persone mi fissano e io sto girando a vuoto. “Avete visto mia figlia? Bree! Bionda, indossa una giacca rosa di Hello Kitty. Bree!”

Corro avanti fino alla staccionata che separa i binari del treno. E se fosse sui binari? “Fermate il treno. Mia figlia è sparita.”

Una guardia di sicurezza in uniforme si dirige verso di me. “Che problema c’è?”

“Mia figlia è sparita. Era proprio qui e ora è sparita. Bree!” Agito le braccia e mi faccio strada tra le persone in fila.

“Mi serve una descrizione.” La guardia mi mette all’angolo. “Altezza, peso, che cosa indossava.”

“Ha quattro anni. Si chiama Bree Kennedy. Ha i capelli biondi ricci, non so, circa diciotto chili e un metro di altezza.” Il mio cuore batte nel mio petto. “Dobbiamo trovarla.”

“Ci stiamo provando, signora.” Parla nel walkie-talkie. “Bambina scomparsa. Quattro anni. Bionda. Risponde al nome di Bree.”

“Indossava una giacca rosa e dei blu jeans. Scarpe di Dora l’esploratrice” aggiungo.

La guardia riferisce e poi si volta verso di me. “Perché non andiamo all’ufficio di sicurezza? Magari qualcuno l’ha accompagnata lì.”

“No, voglio continuare a cercare.” I miei occhi stanno scandagliando la folla. “Non posso credere di averla persa.”

“Andrà tutto bene.” Mi porge il suo biglietto. “Mi dia il suo numero così potremo chiamarla.”

Do frettolosamente il mio numero e infilo il biglietto nella mia borsa. Asciugandomi gli occhi e cercando con tutte le forze di mantenere il controllo, giro attorno al percorso del treno e controllo la fila di bambini che aspettano Babbo Natale. Niente Bree. Da nessuna parte.

“Avete visto mia figlia? Capelli biondi, occhi azzurri? Ha quattro anni?” chiedo freneticamente a tutte le persone che incrocio. Un uomo di mezza età e sua moglie si uniscono alla ricerca.

“Non dovrebbe essere difficile individuare una bionda” dice mentre la moglie annuisce.

Ha ragione. Mia figlia spicca al suo asilo dove la maggior parte dei bambini sono cinesi, indiani o ispanici. Lo avevo notato all’inizio dell’anno quando ci siamo trasferite nell’area della Baia di San Francisco per essere più vicine a mia madre quando sono uscita di prigione.

“Che cosa farò?” Piango, il cuore che galoppa per la paura. “Bree! Dove sei? La mamma ti sta cercando.”

Ci sono così tanti bambini e genitori che gironzolano, che è difficile individuare una bambina da sola. Visi comprensivi si voltano verso di me e altre persone mormorano. La guardia torna da me e alza le spalle. “Nessun segno di lei. Abbiamo chiamato la polizia. Ha una foto?”

Le mie gambe si fanno molli e barcollo, lasciando cadere la borsa sul pavimento. La capovolgo e frugo tra la roba per cercare il portafogli con le foto. Grosse lacrime cadono sulle mie mani.

“Ecco, ecco.” Le mie dita tremano mentre consegno la foto tessera che abbiamo scattato l’anno scorso a New York City con il Babbo Natale di Macy’s.

“Abbiamo diramato un’allerta bambino scomparso a tutte le guardie e i commercianti. Tutte le uscite hanno telecamere, quindi se qualcuno dovesse cercare di portarla fuori, sarà registrato.” La guardia cerca di rassicurarmi.

“E se qualcuno l’avesse portata nei bagni? E se le stessero facendo del male?” Fitte dolorose mi perforano la pancia mentre scaccio questi pensieri orripilanti. “La mia bambina. Oh, Dio, ti prego riportala indietro.”

“Stiamo controllando tutti i bagni e abbiamo avvisato tutti i negozi,” dice la guardia. “Per favore, venga nell’ufficio della sicurezza. La polizia verrà lì.”

Spingo le mie cose nella borsa e incespico dietro di lui, piangendo incontrollatamente. “Dio, per favore, Dio. Aiutami a trovare Bree. Oh, Bree, dove sei?”

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